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Domenica 24 Marzo 2019     -     Redazione via Emilia 49, Tortona (AL)            

La memoria non basta più

È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il regime in Italia è in fondo del razzismo”. Con queste parole si apriva il punto sette del “Manifesto della razza”, pubblicato nel 1938 sul “Giornale d’Italia” a firma di alcuni scienziati, antropologi, medici, zoologi, che inaugurava l’ultima, orrenda, trasformazione del regime fascista in perfetto clone del “cugino” nazionalsocialista. In seguito vennero le leggi, tra il settembre del 1938 e il luglio del 1939, che rapidamente privarono gli ebrei italiani di tutti i diritti. Nemmeno quattro anni prima Mussolini convocava a Palazzo Venezia un giovane Indro Montanelli, elogiandolo per un articolo contro il razzismo d’oltralpe pubblicato sul quindicinale fascista “L’Universale” e dichiarando che “Il razzismo è roba da biondi!”. L’ennesima contraddizione del regime, capace di cambiare pelle a seconda della convenienza, trascinato nell’imitazione del potente alleato tedesco e ormai in balia della lucida follia di Hitler. Il razzismo e l’antisemitismo non sono stati però un’esclusiva della Germania nazista o dell’Italia fascista. L’argomento era molto popolare, diffuso nei salotti inglesi fin dalla metà dell’800 e l’antisemitismo in particolare, salito all’onore delle cronache in Francia nei primi anni del XX secolo con “l’affaire Dreyfus”, così come i “Protocolli dei Savi anziani di Sion” (un’opera che Hitler conosceva a memoria), che illustravano un complotto giudaico per il controllo del mondo, pubblicati in diverse edizioni, nonostante fosse acclarata la falsità del testo fin dai primi anni ’20. Durante la guerra, la follia del razzismo antisemita dei nazisti troverà validi alleati in ogni Paese occupato. Le SS infatti riuscirono a reclutare adepti in quasi tutta Europa, creando unità combattenti (le famigerate Waffen SS) che prestavano giuramento al Führer: ucraini, lettoni, estoni, italiani, sloveni, valloni, serbi, ungheresi e anche la temuta divisione “Charlemagne”, composta da francesi di “pura razza ariana”, difensori della Cancelleria a Berlino e ultimi soldati nazisti ad arrendersi all’Armata Rossa. Nessun Paese in Europa è rimasto totalmente immune dalla malattia del razzismo antisemita e oggi nessuno è autorizzato a dimenticare o banalizzare. Nonostante la biologia e la genetica abbiano dimostrato la totale inconsistenza delle teorie della razza applicate alla specie umana, oggi vediamo tornare il termine odioso, utilizzato in modo discriminatorio e dispregiativo, sulla bocca di politici, giornalisti, in tutto il mondo. Dalle “shithole countries”, fino alla “razza bianca da difendere”, arrivando alle velate (ma nemmeno troppo) riabilitazioni di Hitler e Mussolini, come se la bonifica di una palude o un treno in orario potessero cancellare milioni di morti. Ormai sembra che il razzismo si stia diffondendo nuovamente, spinto e alimentato dal dramma dell’immigrazione che pare ingovernabile e svela l’ipocrisia di un mondo occidentale convinto di aver sconfitto i propri “mostri” 73 anni fa. Invece ci troviamo a fare i conti con le stesse idee, con il negazionismo degli orrori dell’Olocausto, con chi magnifica lo “Stato etico” rifacendosi apertamente e senza vergogna, alle teorie che hanno insanguinato l’Europa e il mondo con cinquanta milioni di morti. Non possiamo più continuare a considerare questi movimenti come piccole formazioni nostalgiche. I loro numeri crescono grazie alle disuguaglianze, alla nuova “atomizzazione” tecnologica degli individui e alla crisi che ha martoriato le classi sociali più basse sempre più disorientate e prive di identità, facili prede dei nuovi strumenti di propaganda che si nutrono di povertà e miseria, rabbia, insoddisfazione, infinite rivendicazioni e promettono uguaglianza, ordine e sicurezza. Cosa chiede in cambio? Nulla, almeno apparentemente. Con il tempo però si scopre che il prezzo di tutte queste “belle cose” è sempre la libertà individuale. Il rischio che corriamo è che la “memoria” non basti più ad arginare quel “mostro” che credevamo sconfitto, invece ancora vivo e vegeto, si manifesta spesso quando sentiamo una frase che inizia così: “Io non sono razzista ma…”.
Andrea Balossino

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